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Milan, Guagni: “Professionismo importante ma c’è ancora tanta discriminazione, bisogna lavorare sulla mentalità della gente”

20 Maggio 2022 - 11:20


Un ruolo da protagonista ritrovata dal momento del suo arrivo in Italia e adesso un Europeo da vivere con la maglia Azzurra . Alia Guagni, giocatrice del Milan Femminile, è stata intervistata da Thesocialpost.it raccontando le sue sensazioni sul movimento tricolore e soffermandosi sul passaggio al professionismo dal prossimo luglio per la Serie A. Queste le sue riflessioni:

“Il professionismo era quello per cui stavamo lavorando, ottenere questo risultato che è solo un punto di partenza. È il primo vero step verso quello che sarà il nostro futuro. Ora ci viene riconosciuto quello che facciamo come una professione. Il che non vuol dire avere stipendi stratosferici, ma averne uno. Significa poter avere un minimo salariale come i lavori riconosciuti, che ci possa permettere di farlo nella maniera corretta, avere tutele e garanzie. Sembra poco ma per noi vuol dire tantissimo. Sono cose che faranno la differenza. Discriminazione? Ce n’è molta, nello sport generale. Nel calcio però c’è un abisso, in Italia siamo indietro anni luce. Questa notizia è venuta fuori adesso e ha scatenato commenti assurdi. Mi sono fatta un tour ed è venuto fuori di tutto, una cattiveria che non si riesce a capire. Discriminazione è dir poco”.

“In Italia ci sono club che nonostante non lo fossimo ci trattavano già come professioniste. In Spagna, dove ho giocato fino a gennaio, per certi aspetti sono più avanti, sia come gioco che come movimento. I numeri della Spagna arrivano da un lavoro di anni, di una cultura più avanti sotto moltI più di vista. Come fare per migliorare anche qui? Finché non troveremo qualcuno che investa su di noi è difficile pensare a traguardi importanti. Quello che è successo al Mondiale 2019 è stato una specie di miracolo calcistico: non abbiamo vinto niente ma siamo arrivate là, rimboccandoci le maniche e dando forse più di quello che potevamo dare. È stato un evento mediatico importante, si è visto che c’è un ritorno e si è iniziati a rilanciare il calcio femminile. Se società e calciatrici però non sono messe nelle condizioni di poterlo fare come gli uomini – non come stipendi ma come condizioni professionali – diventa difficile. Finché le società non riesco per motivi finanziari a farlo, se si mettono calciatrici di Serie A nella condizioni di dover fare non solo allenamenti, ma di dover avere un altro lavoro, preoccuparsi di come arrivare a fine mese… sono una serie di cose che ti fanno chiedere come si possa pretendere da queste persone quello che può dare un calciatore che si allena e fa il suo mestiere h24, nelle migliori condizioni”.

“Anzitutto c’è bisogno di lavorare sul settore giovanile, finché non abbiamo i numeri è difficile supportare la qualità. Bisogna lavorare sulla mentalità della gente. Finché diremo alle bambine che non possono giocare a calcio… I genitori magari le portano solo dai 15 anni e difficilmente poi arrivi ad alti livelli. Io sono stata fortunata, i miei mi hanno sempre appoggiata e supportato, ma si sentono storie diverse. Bisogna capire che le donne possono fare tutto. Il Mondiale ’19 per noi è stato un punto di partenza, è successo in un momento in cui non c’erano competizioni maschili, gli occhi erano su di noi e le tv ci hanno pubblicizzato nella maniera corretta. C’è stato un rilancio, poi sfortunatamente c’è stato il Covid, ci ha fatto tornare indietro. Si è perso interesse ed entusiasmo. Ma se siamo arrivate adesso al professionismo, stiamo facendo dei passi avanti”.

TCF


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