Marta Carissimi: “Ora si può pensare ad un futuro per le giovani calciatrici”


Insieme al portiere della Juventus Gianluigi Buffon e ad altri ospiti, alla presentazione del libro “Non pettinavamo mica le bambole” del giornalista Sky Alessandro Alciato, ha parlato anche la centrocampista del Milan Marta Carissimi, che ha approfondito varie tematiche riguardanti il calcio femminile.

“Sicuramente il Mondiale è stata la vetrina principale per il calcio femminile – esordisce la rossonera parlando dello sviluppo del movimento -, ha dato il via all’esplosione. Siamo contente che il mondo e l’Italia si stiano accorgendo del calcio femminile. Pian piano abbiamo ottenuto qualcosa. Ora si può pensare a un futuro per le ragazzine che cominciano a giocare a calcio. Il professionismo sicuramente sarà una chiave, mi auguro che arrivi tutto nei tempi giusti. I club maschili che hanno investito nel femminile sono quattro, Juve, Milan, Fiorentina e Roma. Poi è arrivata anche l’Inter”.

Carissimi poi prosegue parlando dei suoi idoli da bambina: “Adoravo Zidane, Pirlo, anche Buffon nonostante fosse un altro ruolo. Quando poi sono entrata nel femminile ho trovato altri idoli come l’attuale allenatrice della Juventus Women Rita Guarino. Sono modelli che hanno dei contenuti. Mi ripeto fortunata perché non ho avuto alcun impedimento. Giocavo con mio fratello, con mio papà. Andai a giocare con dei compagni per caso. Mia madre non era convintissima ma era importante che io mi aggiustassi senza pesare troppo sui miei genitori. Ebbi una deroga con la federazione per giocare con i ragazzi di 15, poi dovetti per forza andare con le ragazze e quindi andai al Torino. Da lì ho fatto nove anni per poi proseguire in altre società. Non ho avuto impedimenti né agevolazioni. A volte non c’era lo spogliatoio, quando dovevo fare la doccia a volta andavo nello spogliatoio degli arbitri. Una volta mi diedero uno sgabuzzino. Quando parlo di far diventare il calcio un lavoro è perché non auguro a nessuno di passare quello che ho passato io. Io mi sono laureata al politecnico e ho iniziato a lavorare perché non potevo fare solo l’atleta. Io adesso gioco al Milan ma vivo a Torino. Ogni giorno faccio avanti e indietro per allenarmi e lavorare. Auguro il professionismo ma anche di studiare perché lo studio apre la mente. Lo sport in pochissimo tempo dà e toglie. Ciò che resta è la persona e quello fa la differenza nella vita”.

“Se si parla di calcio femminile come fosse uno sport diverso qualcosa nel 2020 non va – continua la campionessa del Milan –. Secondo me il processo che è in parte avvenuto con il Mondiale e in parte arriverà è molto simile a quanto successo anni fa nella pallavolo. Semplicemente perché la forza maschile è diversa. Lo spettatore non si può aspettare il gesto tecnico alla stessa velocità. Marta ha la stessa qualità di Ronaldo e Messi ma proporzionata alla fisiologia del corpo di una donna. Questo deve essere il passaggio. La qualità tecnica c’è eccome, ma proporzionata. Lo spettatore deve abituarsi a questo. Nel 2010 la Nazionale americana si giocava il playoff per accedere al Mondiale: una giocatrice si è tagliata il sopracciglio durante una gara, lo staff medico con la sparapunti l’ha cucita sul momento e lei ha continuato a giocare. Forse questo è anche nella donna: essere multitasking, lamentarsi di meno. Gli uomini su alcune cose fanno un po’ fatica. Le donne fanno sacrifici che gli uomini non fanno avendo grandi strutture a disposizione”.

“Io in questo momento con lo studio mi sono creata un paracadute. Ma adesso mi sono accorta che si stanno aprendo delle porte, che si può continuare nel mondo del calcio e dello sport. Coniugare la mia passione con i miei studi è qualcosa a cui penso sicuramente. Bisogna però avere le competenze, essere dei profili di certo livello. Io non sono per le quote rose, la conoscenza della materia deve essere alla base”.